Probabilmente saranno stati i tragici avvenimenti di questi ultimi giorni a far venire fuori questo piccolo racconto… spero vi piaccia.
L’ultimo viaggio insieme
<<…ore!>>
Che?
<<…ore!>>
Chi è? Apro appena gli occhi. No, non ho dimenticato come al solito la televisione accesa.
<<…gnore! Signore!!>>
Qualcuno mi scuote un po’ il braccio. Gli occhi si aprono del tutto. Non riconosco subito la stanza, ma chi è che mi scuote? Mi volto e vedo un piccolo volto accanto a me.
Mi alzo di scatto. Mi allontano da quella persona che non dovrebbe essere lì.
Dove sono??! C’è una bambina accovacciata sull’asfalto, era lei a scuotermi. Ma perchè sono in strada? O meglio perchè dormivo al centro della strada?
Mi guardo attorno, non c’è nessun altro in città. Ma che città è?
<<Signore?! Si sente bene?>> chiede la bambina. Ha circa 7 o 8 anni, è la prima volta che la vedo.
<<Ciao. Che ci fai da sola per strada?>> chiedo con calma, una bambina non può farmi del male!
<<Niente, ho visto che era per terra… e, è pericoloso stare sdraiato per strada! Non lo sa?>>
Prendere una lezione da una bambina è ancora più strano, sorrido e mi avvicino alla bimba. Poso una mano sulla sua testa e le scompiglio leggermente quella cascata di riccioli biondi.
<<Si! Grazie! Adesso alzati, ti accompagno dai tuoi. Dove sono loro?>>
Lei mi guarda come se le avessi chiesto una spiegazione tecnica della fissione nucleare.
<<I miei cosa?>>
<<I tuoi. I tuoi genitori!>>
<<Non lo so! Ma lei è sicuro di sentirsi bene?>>
<<Si! Non so cosa mi è successo ma sto bene! Probabilmente stavo… no, non mi ricordo che stavo facendo!>> Mi guardo nuovamente attorno, dove sono? E’ davvero una bella città ma non l’ho mai vista! E poi perchè è vuota?
<<Dove siamo?>> Le chiedo.
<<A Colonia!>>
<<A Colonia? E che ci faccio a Colonia?>>
La bambina alza le spalle e poi chiede <<Forse è in viaggio?>>
In viaggio? Non lo so, non sapevo nulla. Intanto la bambina mi prende per mano e mi accompagna al ciglio della strada. Che ci faccio lì? L’unica possibilità è che sto sognando!! Si, deve essere così! Non è possibile che mi sono addormentato per starda in una città in cui non sono mai stato, e, in una città reale ma completamente deserta a parte la bambina che mi tiene per mano. I sogni di solito mi piacciono, almeno quelli degli ultimi tempi. Raramente li ricordo al risveglio ma, almeno, mi sveglio rilassato. Ok, stiamo al gioco!
<<Dai, ti accompagno a casa dai tuoi!>> le dico.
<<No! Lei non sta bene! Non ricorda nemmeno perchè è a Colonia!>> risponde lei anche un po’ indispettita.
Che fare adesso? Lascio la mano della bimba e le metto in tasca, lo faccio automaticamente ogni volta che devo prendere una decisione importante. La mano sinstra incontra un foglio di carta, la destra il cellulare. Sfilo entrambi fuori dalle tasche.
Il cellulare ha il display rotto in più punti, lo provo ad accendere: nulla! Rotto! Il foglio di carta è stranamente colorato. In realtà sono due, due biglietti del treno. Sono due biglietti per la tratta Monaco-Colonia! Il resto non è chiaro, non conosco bene la lingua tedesca, ma vedo subito che uno è intestato a me e l’altro a Serena, mia moglie.
Di scatto mi accovaccio davanti alla bambina per guardarla meglio negli occhi, la prendo per le spalle. <<C’era una donna con me quando mi hai trovato? E’ mia moglie! E’ bionda, occhi chiari. E’ vestita con… non lo so! L’hai vista?>>
<<No! Non l’ho vista…>> I suoi occhi iniziano a gonfiarsi leggermente. No! Adesso inizia a piangere! Mi abbraccia e inizia a piangere sulla mia spalla. <<Voglio la mamma!!>>
Questa non ci voleva, ho fatto piangere anche la bambina. Che strano sogno! Inizia a non piacermi più. Troppi punti di svolta rispetto ad un tipico sogno. Troppo… troppo reale!
Accarezzo i capelli della bambina e gli sussurro <<Non piangere! Ti prometto che ti porto a casa dei tuoi genitori!>>
La bambina continuava a piangere sulla mia spalla, io guardavo le strade deserte di Colonia. Adesso inizio a sperare che la sveglia possa suonare al più presto.
<<Dai, smettila di piangere. Sai dirmi dove abiti? Così ti porto dai tuoi genitori.>>
La bambina smette di piangere quasi all’istante, una cosa che sanno fare solo a quell’età! Mi guarda dritto negli occhi e dice: <<Facciamo un patto! Andiamo insieme in ospedale, ti fai curare e poi mi porti a casa mia!>>
<<Ma sto bene! Davvero! Poi, ti prometto che vado in ospedale!>> Già sapevo che non avrebbe accettato, e non ci mette troppo a darmi la conferma.
<<No!! Devi andare a farti visitare!>> Mette le mani sui fianchi e inizia a tamburellare il piedino sul marciapiede. Quella piccola figura mi fa tornare il sorriso.
Così gli dico: <<Ok signorina! Sarebbe così gentile da indicarmi la strada per il più vicino nosocomio?>>
<<Il più vicino noso…che?>> ribatte lei.
<<Nosocomio significa “ospedale”!>>.
<<Ok! Andiamo!>> Mi offre la piccola mano e si incammina alla sua sinistra.
<<Ma, almeno mi dici come ti chiami?>> chiedo.
Lei si ferma all’istante, si gira e mi dice <<Non te lo ricordi?>>
Dal suo sguardo capisco che sta per piangere di nuovo. Perchè i bambini sono così lunatici?
<<No! Scusami! E’ solo che non me l’hai mai detto!>>
<<Marta!!>>
Adesso mi fermo io! Ecco, è un sogno, tutte coincidenze! E’ il mio inconscio che lavora.
<<Bel nome! E… dimmi una cosa Martina…>>
<<MARTAAAA!!!! Mi chiamo Marta non Martina!>>
Maledetto inconscio. Ci mancava anche questa! Meglio cambiare discorso.
<<E’ lontano l’ospedale?>>
<<No! Vieni!!>> E così inizia a saltellare come fanno tutti i bambini della sua età.
Continuammo a camminare per qualche minuto nella città deserta. Poi la piccola Marta dice:
<<Parlami di Serena! Come è? E’ bella? E’ una brava mamma?>>
<<E’ davvero bellissima, si! Ma non è mamma!>> rispondo io.
Lei mi guarda e chiede <<E perchè non è ancora mamma?>>
Bella domanda! Cosa le dico adesso? Dico che abbiamo provato più volte? Che la prima volta era lì per lì per nascere? Che doveva chiamarsi proprio Marta? Che Serena si innervosiva quando gli dicevo che da piccola avremmo potuto chiamarla Martina? Che i medici avevano salvato Serena per miracolo? Che non avremmo mai avuto un figlio? Cosa dovevo dire? Sono cose che non dovrebbe mai saper un bambino!
Perchè non mi sveglio? Perchè non suona quella maledetta sveglia? Quanto è lontano questo ospedale?
<<Siamo arrivati?>>
<<Perchè non ti senti bene?>>
No! Non piangere per favore! Questa volta non potrei reggere nemmeno io.
Invece lei fa un sorriso e dice <<No! E’ dietro quell’angolo! Vogliamo fare una corsa? Dai, è divertente!>>
Senza aggiungere altro, lascia la mia mano e inizia a correre.
<<Marta, non correre. Puoi farti male!>> Inizio a correre anche io. La raggiungo quasi subito e inizio a correre al suo fianco.
Le strade continuano ad essere deserte. Giriamo insieme l’angolo della strada e lì rimango impietrito.
Io e Marta non eravamo gli unici ad abitare Colonia! Avanti all’ingresso dell’ospedale c’erano delle persone. Oltre alle guardie e a qualche infermiere c’era un piccolo gruppo di persone che chiacchieravano tra loro.
Marta oramai era davanti a me di molti passi. Poi si accorge della distanza, si ferma e mi riprende per mano.
<<Vieni! Ci siamo!>>
Mi incammino con Marta verso l’ingresso dell’ospedale. All’interno c’è molto fermento, sembrava una puntata di E.R., infermieri che correvano in tutte le direzioni, gente che attendeva informazioni, gente che girava in tondo nervosa.
Marta sembrava sapere dove andare, evitava tutti gli infermieri. All’improvviso gira a destra e mi incita <<Vieni! Come sei lento!>>
Così preme il bottone di uno degli ascensori. Stranamente l’ascensore è già al piano. E’ proprio un sogno!
Marta preme il bottone per il secondo piano e poi mi chiede <<Sei preoccupato?>>
<<No! Che dici? Adesso mi dimetteranno subito! Non vedi che sono tutti indaffarati qui?>>
Lei fa una piccola smorfia e poi dice <<Devi essere forte!>>
Mi prende per mano nello stesso istante in cui le porte dell’ascensore si aprono.
Facciamo pochi passi insieme, poi mi giro a sinistra appena sento una donna singhiozzare. Riconoscerei quella voce tra un milione di voci. Serena era lì, in fondo al corridoio, seduta su una sedia che piangeva tra le braccia della sua migliore amica. Accanto a lei c’è anche Stefano con le mani sul viso, il marito della sua migliore amica.
<<SERENA!!!!>> Inizio a correre verso di lei nel momento in cui si aprirono delle porte facendo uscire una lettiga.
Serena si lancia sulla lettiga e urla <<L’ultima volta! Per favore! L’ultima volta, vi prego!>>
Arrivo nel momento in cui gli infermieri tolgono il lenzuolo bianco dal mio viso! Sono io su quella lettiga!
Serena ha una crisi di pianto isterico. L’amica l’abbraccia. Io non riesco a muovermi, ne a parlare.
Gli infermieri con la lettiga mi passano proprio davanti agli occhi e sento <<Poveretta! Lui l’ha salvata all’ultimo momento! Si è beccato il proiettile giusto in faccia!>>
Adesso capisco che non è un sogno. Sono davverto morto. L’unico conforto è che nell’aldilà riesco a capire tutte le lingue. Marta mi prende per mano e mi dice di andare, la seguo come fossi un automa. Marta si gira solo un’ultima volta verso Serena. Insieme la guardiamo allontanarsi con gli amici di una vita. Per sempre.
Marta tenendomi per mano appoggia il viso sul mio braccio e dice <<Hai proprio ragione papà! La mamma è bellissima!>>
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