La partita.


Sono lì uno accanto all’altro, seduti, con lo sguardo nel vuoto e con una sottile maschera sorridente posata sul viso.
Non si guardano, non si sfiorano nemmeno, eppure sono così vicini.
Una volta era tutto diverso, in casa c’era un’allegria e una spensieratezza davvero piacevole, adesso sembrava che anche la luce del sole evitasse la mia casa. Era sempre più cupa e silenziosa. Silenziosa finché qualcuno di loro due non cominciasse ad urlare per qualche motivo, un motivo che il più delle volte era il più stupido che avessi mai sentito: un abito fuori posto, un bicchiere non lavato a sufficienza, la pasta un po’ scotta, il tubetto del dentifricio non tappato ecc.. Ogni sciocchezza veniva utilizzata per offendersi, insultarsi, rinfacciarsi tutte le cose che non si erano urlati il giorno prima e quello prima ancora.
Così passavano i miei giorni, da poco meno di un anno a questa parte. Tutte le mattine mi svegliavo due volte: la prima volta quando rientrava mio padre a casa. I primi giorni gli chiedevo dove andasse, lui mi rispondeva sempre che aveva tanto da lavorare. Sapevo bene che non era così, gli uffici di notte sono chiusi, almeno la maggior parte!
Una mattina scoprì la verità, lui entrò piano in stanza per guadarmi, io non dissi nulla e continuai a far finta di dormire. Avevo gli occhi socchiusi e il respiro profondo e regolare, ero bravo in questo! Lui si avvicinò, si sedette piano ai piedi del letto e mi accarezzò un po’ i capelli. Dai suoi occhi uscirono due piccole lacrime, una passò su alcuni segni rossi che aveva sulla guancia. Li avrei riconosciuti tra mille! Quando ero più piccolo li seguivo con le piccole dita immaginando fossero lunghissime strade che portassero piccoli omini chissà dove. Erano le trame del tessuto della macchina di papà. No, non andava a lavoro! Dormiva in auto! In quel momento mi venne quasi da sorridere, ma capì subito che non c’era nulla da ridere. Doveva essere umiliante per lui. Così non sorrisi e mi riaddormentai davvero.
Quasi ogni mattina, mio padre viene a guardarmi sul ciglio del letto, quasi ogni mattina spero lo faccia di nuovo. Poi viene mamma, la sveglia ufficiale! Si deve andare a scuola! Ma prima bisogna fare la farsa della colazione: tutti e tre, insieme, seduti al tavolo a far colazione. Gli unici rumori che ascolto sono i cucchiaini che girano nelle tazze e la televisione in sottofondo. Poi si va a scuola!
Lì non c’è quasi mai silenzio, lì mi rilasso e studio quasi con piacere. Non so se le maestre sanno quel che accade nella mia casa, forse la mamma ha detto qualcosa a loro, a me non è che me ne frega più di tanto, studiavo prima e studio adesso…
Dopo la scuola viene sempre mamma a prendermi, lei ha smesso di lavorare quando sono nato, non so perché, forse un giorno lo capirò, adesso non mi va di capire certe cose! Da lì andiamo a casa. A giorni alterni, uh! Ho detto “a giorni alterni”, una volta dicevo “un giorno sì e uno no”! Forse sto studiando un po’ troppo! Vabbè, come dicevo: a giorni alterni vado a scuola calcio. Mi è sempre piaciuto giocare a pallone con gli amici, certo non sono un campione come Messi o come quel Maradona di cui mi racconta sempre papà, però me la cavo bene!
Dopo la scuola calcio torno a casa. E’ il momento di studiare! A differenza di molti miei amici, io, studio con piacere. Non so perché, è sempre stato così! Ogni tanto, mamma mi aiuta, a volte viene a sincerasi che ho studiato tutto, a volte mi deve spiegare qualche parola che non conosco, a volte… a volte ho l’impressione che voglia solo stare con me. Però mi fa piacere, almeno la vedo sorridere.
Verso le sei del pomeriggio arriva papà, mamma gli apre la porta come per far entrare dell’aria dalla finestra. Non si dicono una sola parola. Nulla! Così rompo il ghiaccio io, gli racconto di tutto quello che ho studiato a scuola, di tutto quello che ci ha detto il Mister e della prossima partita del campionato. Dopo qualche ora, si cena e si guarda la tv. Sempre in assoluto silenzio.
Per il resto non c’è nulla di bello da raccontare, solo urla e insulti. Insulti rivolti da papà a mamma, mamma che insulta papà e “quella puttana” che sarebbe una amica di papà che non ho mai capito chi è e che cosa c’entra in tutto questo! Poi papà che dice che la mamma si deve far curare perché inventa le cose. Lei dice che è un bugiardo e un pezzo di merda e, dopo altri insulti lui esce sbattendo la porta di casa!
Questi sono i miei genitori, quelli che adesso ho davanti agli occhi. Lì seduti. Da quanto ho capito dalle urla di qualche giorno fa, tra meno di una settimana un giudice dovrà decidere per il divorzio. Si, si separeranno, forse sarà meglio per tutti e due, forse non lo sarà per me. Non lo so. Forse questa è una delle ultime volte che li vedrò insieme, qui sugli spalti di un campo di calcio attendendo che l’arbitro fischi tre volte.
Il fischio arriva ma è singolo. Tutti si alzano dalla panchina, mi alzo anche io per capire cosa sta succedendo, sono rimasto distratto per tutto il tempo! Giulio e giù e si mantiene la gamba! Si è fatto davvero male, lui non finge mai! L’arbitro caccia un cartellino giallo e ammonisce il ragazzino della squadra avversaria, anzi l’espelle per doppio cartellino giallo, il primo me lo sono perso. Ma a che minuto siamo? Il tabellone dello stadio segna il settantottesimo minuto e siamo sull’uno a uno e io mi sono perso ben due goal!
Mi sento chiamare! E’ il Mister, devo entrare al posto di Giulio che adesso cammina zoppicando. Non… non sono pronto. Non ce la faccio! Oggi no! Ma vedo tutti gli sguardi dei miei amici rivolti verso di me e anche i miei genitori mi stanno guardando. Così faccio due passi avanti, mi aggiusto la maglia addosso, mi allaccio meglio i lacci delle scarpe e do una pacca sulla spalla a Giulio che nel frattempo è rientrato in panchina.
L’arbitro ha fischiato. Batto la punizione: un cross a Marco che però viene intercettato dal portiere.
Adesso hanno loro la palla, cavolo se sono veloci. Fanno un paio di azioni senza però essere troppo pericolosi. Poi Andrea ferma l’azione avversaria e riconquista il pallone. Lo passa a Daniele, Daniele avanza con la palla al piede, avanti a me ci sono solo due difensori e il portiere, avanzo anche io. Quando il pallone parte dai piedi di Daniele, io ho già superato un difensore. Il cross di Daniele è preciso come sempre, la palla arriva davanti ai miei piedi. La gestisco col destro, adesso ho solo un difensore e il portiere davanti a me. Entro in area, il difensore che ho superato è… eccolo, mi ha messo uno sgambetto, perdo l’equilibrio e cado a terra. L’arbitro fischia il rigore! Io mi rialzo, poso il pallone sul dischetto e mi allontano, non sono io il rigorista. Alzo la testa, perché tutti mi guardano? Ho la maglia sporca? Si è normale, sono appena caduto! No è qualcos’altro, allora vedo il Mister che si sbraccia e indica me. Io? Io, cosa? Io devo calciare il rigore? Perché io? Già so che è impossibile fa cambiare idea al Mister, così torno sui miei passi e mi posiziono dietro alla palla. Tra me e la porta c’è Matteo, è più grande di me di un anno e mezzo, un buon portiere ma non imbattibile. Mi giro un attimo, il tabellone segna l’ottantottesimo minuto, se segno questo rigore la partita è sicuramente vinta. E’ tempo di prendersi le proprie responsabilità. C’è tutta una squadra che mi sta guardando, e aspetta solo che io tiri quella palla in porta! Se vinciamo questa partita arriviamo al secondo posto e la vittoria del campionato potrebbe essere nostra. Mi accorgo che sto fissando la palla da un bel po’. C’è un silenzio spettrale in quel piccolo stadio di città. Odio il silenzio. Così alzo la testa, arretro per prendere una breve rincorsa e faccio un cenno all’arbitro. Lui fischia. Parto. Destro, sinistro, destro, sinistro, calcio il pallone e lo piazzo nell’angolo in alto a destra! Goal!!!!
Tutti urlano! Il silenzio non c’è più! Vengo assalito dai miei amici. Sono tutti su di me per festeggiare! Tra le varie teste dei miei amici riesco a procurarmi un piccolo spiraglio, giusto in tempo per vedere i miei genitori che si abbracciano.
Probabilmente sarà l’ultima volta che lo faranno, ma mi fa piacere pensare che sono stato io a renderlo possibile.

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